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Montalto
di Castro
(VT)
Bombardamenti aerei su
Montalto nel 1943
Articolo di Aldo
Morelli
da "La Loggetta" - n. 50 - Maggio/Giugno 2004
Il
23 settembre 1943 il commissario prefettizio di Montalto faceva
affiggere un manifesto che tra l'altro diceva: "La zona di
Montalto come quella di Tarquinia, potrebbe diventare improvvisamente
zona di operazioni militari. In conseguenza di quanto sopra, tutti
coloro che abitano nella fascia compresa fra il mare e l'abitato
potrebbero, prima degli altri, trovarsi in serio pericolo. Sarà bene
perciò che provvedano al loro arretramento. Gli abitanti del paese,
particolarmente quelli che potrebbero sistemarsi facilmente nei paesi
viciniori o in casolari di campagna, sono pure consigliati ad
allontanarsi dal paese o almeno essere pronti per farlo nello spazio di
qualche ora. Particolarmente donne e bambini".
Il
manifesto diceva ancora che l'allarme sarebbe stato dato col suono del
campanone (situato sulla torre del palazzo comunale): suono a martello
per annunciare il pericolo, suono a distesa per il cessato allarme. Il
manifesto così concludeva: "Comunque in caso di allarme,
ognuno, ordinatamente ma immediatamente, dovrà ricoverarsi nel luogo
ritenuto più sicuro con piccola scorta di viveri e indumenti per
ripararsi in caso di obbligata e prolungata sosta".
Quali "operazioni
militari" ipotizzava il commissario prefettizio per consigliare
l'arretramento di chi abitava nella zona compresa fra il mare e
l'abitato? Forse (uso la forma dubitativa perché non conosciamo
ricerche specifiche) i comandi militari temevano uno sbarco alleato
lungo la costa fra Tarquinia e Montalto? Lungo i tomboleti erano stati
scavati camminamenti e trincee, lungo l'arenile erano stati costruiti
fortini in cemento armato e, così almeno si diceva, erano state minate
ampie zone di spiaggia. Oppure i comandi militari prevedevano
bombardamenti aerei su obiettivi di importanza strategica come il ponte
ferroviario e quello stradale sul Fiora, la stazione ferroviaria
e la sottostazione elettrica?
Molti accettarono i
"consigli" del commissario prefettizio e abbandonarono il
paese. Ci fu chi "sfollò" nei paesi dell'interno, ma molti
montaltesi (compresi non pochi sfollati civitavecchiesi) si rifugiarono
nei casolari di campagna. (Dopo il primo bombardamento di Civitavecchia
del 14 maggio 1943, e anche in seguito, migliaia di civitavecchiesi
lasciarono la loro città e sfollarono nei paesi vicini. Montalto ne
accolse oltre quattrocento).
Una parte notevole di
montaltesi non abbandonò il paese e rimase nelle proprie case. Durante
gli allarmi aerei, cercavano riparo nelle grotte, nelle cantine o
addirittura sotto gli alberi. A Montalto non esistevano rifugi in
cemento armato. Grotte e cantine, quasi tutte prive della seconda
uscita, erano vere trappole per topi. La mancata costruzione di solidi
rifugi aerei è una delle tante prove dell'avventurismo bellico
mussoliniano.
Il 16 maggio 1944 (il 9
giugno dello stesso anno Montalto sarebbe stata liberata dagli
americani) il commissario prefettizio inviò a tutti i cittadini di
Montalto abili al lavoro questa lettera: "Questo comune deve
procedere immediatamente alla costruzione di ricoveri antiaerei per
preservare la popolazione dai numerosi bombardamenti a cui è
continuamente soggetto questo territorio. E' necessaria la vostra
collaborazione che sono sicuro non vorrete negare. Pertanto, per ordine
del locale Comando Militare Tedesco, siete invitato a presentarvi presso
questo Comune per gli opportuni accordi, avvertendovi che saranno
adottati dei gravi provvedimenti a carico di coloro che rimarranno sordi
a prestare tale filantropica opera di carità cristiana".
La costruzione di rifugi
era considerata un'opera filantropica ed era affidata alla carità
cristiana dei cittadini: non era, come doveva essere, un dovere preciso
dello Stato. Sembrava farsa ed invece fu tragedia. Ritorniamo al
settembre 1943. Quasi ogni giorno, altissime nel cielo, passavano
imponenti formazioni bombardiere, protette da un'infinità di caccia:
venivano dal mare e si dirigevano verso est per scaricare le loro bombe
su Terni e altre città. Sorvolavano il nostro territorio, l'abitato di
Montalto, il rombo dei loro motori era come un tuono prolungato. Un
appuntamento quasi quotidiano che non ci impauriva eccessivamente,
perché mai una sola bomba era caduta sul nostro territorio.
L'apocalisse giunse il 20 ottobre 1943 e sconvolse la nostra vita. Ecco
i miei ricordi di quel giorno terribile: avevo dodici anni e entrai nel
dolore della vita.
La mia famiglia si era
rifugiata in un casaletto al centro di una piccola proprietà che
avevamo nella zona di Camposcala, lungo la strada che porta a
Vulci.Anche i casolari e i capannoni di altre proprietà vicine alla
nostra erano affollati di montaltesi. Verso le 12,15 sentimmo il rombo
cupo di una formazione aerea in arrivo: erano una ventina di grossi
quadrimotori americani.
Notammo, senza capire il
perché, una grossa anomalia nel volo degli aerei: non proseguirono
verso est, come al solito, ma fecero due ampi giri su Montalto.
All'inizio del terzo giro si disposero quasi in fila indiana e,
improvvisamente, dalle loro "pance" uscirono un'infinità di
oggetti che brillarono al sole di ottobre. Capimmo che erano bombe solo
quando caddero in terra con scoppi laceranti e immense colonne di fumo
nero. La terra tremava come scossa da un improvviso terremoto. Fummo
presi dal panico, dalla disperazione, dal terrore.
Quando il bombardamento finì e gli aerei
ripresero il volo verso il mare, molti, a piedi, in bicicletta o a
cavallo, corsero verso il luogo del bombardamento. Gli aerei avevano
cercato di colpire il ponte sul Fiora. Il ponte era rimasto
illeso e le bombe erano cadute sui campi vicino alla ferrovia, dove i
contadini stavano arando la terra. Fu una strage: uomini e bestie furono
accomunati dalla morte. I campi vicino al ponte, ricchi di alberi
secolari, avevano l'aspetto di un paesaggio lunare, con decine di
profondi crateri.
Quattro giorni dopo, il 24 ottobre, il
commissario prefettizio inviava dalla prefettura di Viterbo un rapporto
sul bombardamento in cui si legge: "Il giorno 20, alle ore
12,15, una forte formazione americana, proveniente dal mare, sganciava
numerose bombe del ponte ferroviario sul fiume Fiora e lungo il tratto
della linea ferroviaria. Il rapido ma violento bombardamento causava
otto morti e sei feriti, dei quali tre gravi e tre leggeri. Rimasero
uccisi 16 bovini, alcuni equini e un centinaio di pecore".
Il rapporto sottolinea il panico che si
diffuse tra i montaltesi con questa frase: 2Era mio intendimento fare
recuperare la carne del bestiame abbattuto, ma i macellai, presi dal
panico, hanno abbandonato il paese anche loro e non ho potuto trovare
chi li sostituisca".
Montalto visse per mesi sotto continui
bombardamenti e mitragliamenti. Quanti furono i bombardamenti aerei sul
nostro territorio? Secondo una lettera inviata il 30 settembre 1944 dal
sindaco di Montalto al prefetto di Viterbo i bombardamenti aerei furono
65. Secondo una lettera inviata il 4 agosto 1944 dal parroco don
Giangiuseppe Savoldelli al sindaco di Montalto, i bombardamenti furono
invece 85. Forse è nel vero il parroco, perché nella citata lettera
del sindaco al prefetto si legge: "... Non si rintracciano in
atti le date in cui ebbero luogo sicuramente altri bombardamenti".
Ci furono anche bombardamenti notturni.
Terrificante fu quello del 2 marzo 1944: sotto la luce di centinaia e
centinaia di bengala gettati dagli aerei, Montalto fu illuminato a
giorno. Il castello Guglielmi sembrava che incendiasse e i mattoni della
torre sud rosseggiavano come fossero incandescenti. Le ombre degli
aerei, che volavano più bassi dei bengala, passavano sopra una folla
terrorizzata che correva verso i rifugi. Per fortuna ci fu un solo
morto: un vecchio contadino che non volle abbandonare la propria
abitazione e morì sotto le macerie quando la casa fu centrata da una
bomba.
Il 10 giugno 1940, dopo aver ascoltato in
piazza Vittorio Emanuele III l'annuncio dell'entrata in guerra
dell'Italia dato da Mussolini alle ore 18 dal balcone di piazza Venezia,
ritornai eccitato a casa. Avevo nove anni e a scuola ci avevano detto
un'infinità di volte che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa.
Entrai in casa e vidi mia madre, con altre donne, sedute accanto alla
radio: era un monumentale radiogrammofono Phonola.
Mia madre e le altre donne avevano gli
occhi rossi di pianto. Non capii, non potevo capire il perché di quel
pianto e dissi a mia madre: "A ma', vinciamo la guerra e
diventiamo padroni del mondo e tu piangi?". Non mi rispose, non
mi disse nulla, solo mi accarezzò i capelli. Più tardi capii il
perché di quel pianto: mio fratello maggiore aveva vent'anni e avrebbe
poi combattuto in Africa settentrionale. Mia madre e le altre donne, pur
semplici e non acculturate, conoscevano bene il volto terribile della
guerra: non potevano dimenticare, e non avevano dimenticato, i racconti
dei mariti e di chi aveva conosciuto l'inferno delle trincee durante la
Prima Guerra Mondiale.
Articolo
di Aldo Morelli
da "La Loggetta" n. 50 - mag/giu 2004