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- "I figli del pellicane"
di Marcello Piccioni - 03/2000
La storia narrata tratta
gli eventi degli ultimi anni della Signoria dei Santa Croce nel feudo di
Viano, Oriolo e Rota.
E' una fosca e tragica
vicenda dove si mescolano, in maniera altamente drammatica, affetti
personali, interessi economici e calcoli politici. Non è molto dissimile
da quella, universalmente conosciuta, di Beatrice Cenci, legata ai Santa
Croce da stretti vincoli di parentela.
Protagonisti sono gli
ultimi discendenti di Giorgio, fondatore dell'Oriolo: Paolo, Costanza,
Onofrio ed Erminia. Sullo sfondo si muove tutta una vasta umanità
composta da vassalli felloni e servitori fedeli. L'azione drammatica si
svolge tra il 1598 e il 1604, tra il feudo e Roma, Subiaco e Fosdinovo,
Caprarola, Capranica, Pitigliano e Ronciglione consentendoic di
descrivere, attraverso le varie testimonianze, uno spaccato della vita
di Viano, Oriolo e Rota così come era quattro secoli fa. Permette,
altresì, di ricostruire come trascorrevano le loro giornate i nostri
antenati, all'ombra di questa potente e sfortunata famiglia feudale.
I fatti, in parte e per
grandi linee, sono noti: Paolo, forse consigliato dal fratello Onofrio,
uccise a Subiaco, il 5 settembre 1599, la madre Costanza Santa Croce,
vedova di Giorgio. Pare che tale consiglio gli fosse recapitato, tramite
lettera, da Giulio Spinoso di Sutri, servitore di Onofrio. Era, secondo
le testimonianze, una lettera che non conteneva in particolare
istigazioni al matricidio. Forse qualcosa in più fu aggiunto proprio da
Giulio Spinoso. Ma fu sufficiente questo a scatenare la follia omicida
di Paolo o i motivi erano altri?
Paolo, tuttavia, riuscì a
scampare, con l'aiuto di Onofrio, all'arresto e al patibolo. Ma il
Governatore di Roma su ordine del Cardinale Aldobrandini, che covava un
odio feroce nei confronti di Onofrio, organizzò, con la complicità (più
o meno mascherata) di altre famiglie, che cercavano di impossessarsi dei
beni dei Santa Croce, una trappola in cui far cadere il Marchese
dell'Oriolo.
Questa strana gara tra il
gatto e il topo durò tre anni. Alla fine Onofrio, che di certo non era
un'aquila, commise una serie di errori che lo portarono, nonostante la
sua palese innocenza, al patibolo.
Chi sapeva tacque e il
giudice non si curò di ascoltare tutte le testimonianze utili
all'accertamento della verità né gli accorati appelli dei parenti di
Onofrio. Tutti, alla fine, girarono le spalle al Marchese dell'Oriolo.
Solo Giovan Pietro Caffarelli, suo cugino carnale, restò accanto a lui
fino all'ultimo.
Anzi, lasciò uno scritto
per testimoniare ai posteri l'innocenza di Onofrio Santa Croce.
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