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Il Carnevale dei poveri
Articolo di Eda Strappafelci
da "La Loggetta" - Gennaio-Febbraio 2004

Il carnevale acquesiano più noto è quello dei carri di cartapesta che, per oltre cinquant'anni, hanno richiamato un gran numero di persone dai paesi dell'alto Lazio e della bassa Toscana. Gli acquesiani partecipavano in massa alla manifestazione e su ogni carro, ove spesso si irrideva il potere politico locale o nazionale, c'era un allegro gruppo che ballava e cantava motivi creati per l'occasione.

Ma non è di questo carnevale, giustamente celebrato e ricordato in molte occasioni, che si vuole parlare in queste righe, ma di quello meno noto che si svolgeva nelle campagne, ormai relegato al mondo dei ricordi. Infatti, alcune ricerche basate sui racconti dei nonni, raccolti dai bambini delle scuole acquesiane. hanno rivelato un altro carnevale che conviveva con quello più ricco e noto dei "paesani".

Celebrazioni semplici in cui il divertimento non aveva bisogno di orpelli e sovrastrutture, un mondo che sembra lontano secoli,quando invece sono passate solo due generazioni.
Durante le serate di carnevale, in quasi tutti i poderi si organizzavano le veglie. Il locale utilizzato per ballare era generalmente un magazzino dove normalmente si teneva il grano, i fagioli, il formaggio e a volte anche la chioccia a covare le uova. L'improvvisata sala da ballo veniva ripulita alla meglio dalle ragazze del podere, che erano le più interessate alla festa in quanto quella era un'occasione per incontrare i coetanei.
Non c'era bisogno di inviti ufficiali o locandine ma ci si passava la voce. A volte si doveva camminare per qualche ora per andare da un podere all'altro in strade fangose, illuminate dalla luna o da un debole lume a olio.
Chi organizzava la veglia offriva il vino, ma gli ospiti portavano il necessario per la cena. Su un vecchio tavolo si sistemava il suonatore con la sua fisarmonica e la bottiglia del vino e ben presto iniziava a suonare: valzer, mazurka, tango, ballo del chiamo, e i più giovani non perdevano un'occasione.
Non c'erano solo le veglie ad allietare il periodo carnevalesco nelle campagne ma anche una sorta di teatro popolare itinerante, che veniva rappresentato nella giornata del giovedì grasso.
La mattina di buonora un gruppo di soli uomini, completamente mascherati per non farsi riconoscere, rappresentava sei personaggi fissi che si spostavano di podere in podere "a fà la cerca" di saporita carne di maiale: c'erano un suonatore, un pagliaccio, un vecchio, una vecchia, uno sposo e una sposa.
Il pagliaccio, che teneva in mano un lungo spiedo o spito, appena entrato nella casa cercava subito la pertica dove era stesa la carne di maiale a stagionare e iniziava a gridare "Ciccio, ciccio, ciccio...". Gli altri intrattenevano la famiglia e in particolare le ragazze, suonando e ballando. Oltre alla carne di maiale, che veniva infilzata nello spito, ricevevano anche uova e altre vivande che riponevano in un capagno portato dal vecchio.
Le maschere, dopo aver divertito e incuriosito la numerosa famiglia contadina, che in genere non riusciva a riconoscere gli interpreti, se ne andavano verso un altro podere e di nuovo un busso alla porta, la solita frase: "Fate bono a lo spito, Dio ve salve vostro marito", e si ricominciava a ballare.
Tutto questo fino a sera, quando, presso l'ultimo podere del percorso, si faceva una grande veglia, banchettando con le vivande ricevute, tra suoni, canti, balli, vino e finalmente si scopriva chi erano gli "attori" della rappresentazione del "Cuccociccio".

Eda Strappafelci
marcellorss@tiscali.it

Articolo di Eda Strappafelci
da "La Loggetta" n. 48 - gen/feb 2004

 

 
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