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Bagnoregio
(VT)
San Bernardino visto da
Tecchi
Saggio su San Bernardino di Bonaventura Tecchi
Articolo di
G.
Battista
Crocoli
da "La Loggetta" - Gennaio-Febbraio 2004
Com'è
noto, Bonaventura Tecchi, il celebre scrittore, critico e germanista
morto a Roma nel 1968, era nato a Bagnoregio nel 1896. Tra le tante cose
che ci ha lasciato, nella sua "Officina Segreta" (ed. Sciascia)
ci sono delle belle pagine su San Bernardino da Siena.
Il
testo che segue è stato ottenuto "saccheggiando" il testo qua
e là non potendo per ovvi motivi condensare un intero saggio di un
critico e scrittore come Tecchi.
San
Bernardino, benché venga detto di Siena, non è nato in questa città
ma a Massa Marittima nel 1380, da genitori di origine senese. Il padre
apparteneva alla nobile famiglia degli Albizzeschi.
Giovanissimo orfano,
essendogli morti in poco tempo i genitori, la zia materna e i nonni,
all'età di dodici anni il ragazzo fu portato a Siena, dove abitò con
la zia Pia, moglie di Cristoforo, fratello del padre. Ebbe altre due
zie da parte di madre: Tobia e Bartolomea. Saranno queste tre zie,
molto religiose, che influiranno sulla sua formazione cristiana.
Forse fu dall'essere vissuto giovanetto in mezzo alle donne che,
divenuto predicatore, lo rese acutamente abile nella comprensione della
loro psicologia, riuscendo nelle sue prediche a stimmatizzare ogni
aspetto del loro carattere.
Bernardino sapeva però mettere in evidenza anche i difetti degli
uomini, e di fronte ad una galleria di ritratti femminili, nella sua
predicazione si potrebbe delineare, parallela e non meno splendente per
efficacia descrittiva, una galleria di ritratti maschili, quali quella
dell'uffiziale (impiegato) inetto o dell'abate grassone o del contadino
pauroso.
Questi sono ritratti faceti, umoristici. Ma vi sono anche ritratti seri,
terribili. Per esempio quello del superbo, violento e sanguinario,
"ché ogni superbo è crudele"; l'immagine del politico,
al quale non si deve dare il voto, perché incline alla violenza e al
furto.
Bernardino era anche ottimo scrutatore del cuore umano: questa era la
sua forza. Per questo fiuto istintivo subito si orientava e subito
scopriva le magagne (ed egli stesso chiamò qualcuna delle sue prediche
più ardite "predica scuopremagagne"), cioè i difetti
che più attecchivano nei luoghi dove si recava a predicare.
Ma se è vero che egli scopre i peccati che si nascondono fra le pareti
domestiche, i peccati per così dire in privato, è anche più vero che
peccati e colpe li vedeva soprattutto sotto l'aspetto sociale. In primo
luogo egli denunciava la vecchia piaga degli italiani di essere divisi
in partito con odi e rancori invincibili.
Per capire la preoccupazione di Bernardino bisogna riportarsi alle
condizioni della vita politica ed ecclesiastica del suo tempo. Non
soltanto si perpetuavano nelle città quelle terribili divisioni di
parte che nel secolo XIV si chiamarono dei guelfi (a favore del
papa) e dei ghibellini (fautori dell'imperatore), ma anche
perché nella chiesa dell'anno 1378, e cioè a partire da quello che
venne chiamato lo "scisma d'occidente", per parecchi anni
convissero insieme due papi e qualche volta tre.
Ne derivava che in una diocesi ci fossero anche due o tre vescovi, due o
tre parroci in una parrocchia. Anche se nel 1417, proprio nell'anno in
cui Bernardino cominciò la predicazione, il consiglio di Costanza aveva
risanato lo scisma eleggendo un unico papa nella persona di Martino V,
il ricordo delle scissioni era troppo vivo e vicino perché tutti i
predicatori non ne fossero preoccupati.
Figura molto mistica ed austera, Bernardino era entrato nell'Ordine di
S. Francesco perché lo riteneva più severo degli altri ordini
regolari. Ma al suo tempo l'Ordine Francescano, dopo un secolo e mezzo
di vita aveva di molto attenuato il suo rigore primitivo. E l'Ordine
aveva in qualche modo codificato una certa mitezza di regolamenti e di
usi.
A Bernardino sembrava che quella mitezza fosse eccessiva e che si
dovesse tornare all'osservanza della regola primitiva, per cui fu uno
dei fondatori della riforma della dell' "Osservanza"; e anche
se alcuni dei suoi confratelli appartenenti all'Osservanza inclinavano
alla fusione, Bernardino fu sempre per la distinzione dei due
ordinamenti detti dei Frati Minori, del quale lui faceva parte, e
dei Conventuali, formato da coloro che avevano accettato la
regola mitigata.
La chiarezza, il suo modo di parlare alla "larga", di
"cogliere a bracciate" gli argomenti, sono diventati
proverbiali; eppure egli sapeva, quand'era necessario, essere discreto e
delicato. Ma quando la misura era colma, non poteva fare a meno di
attaccare anche le persone più in vista.
Ma, nonostante la chiarezza dell'eloquio, fu anche un abile mediatore,
ché gli riuscì di metter d'accordo il papa Eugenio IV con l'imperatore
Sigismondo, fino al punto che nell'incontro di Viterbo non si poté fare
a meno di scorgere accanto al cavallo superbo dell'imperatore e alla
mula del papa, l'asinello bigio di Bernardino tenuto a capezza da
fedelissimo fratello laico Vincenzo.
Bernardino, uomo dotto, sotto quel parlare franco e pronto nascondeva
però una salda dottrina, e fu sempre attento a non prevaricare i canoni
fondamentali della religione. Scrisse anche numerosi trattati teologici.
Mentre predicava a Viterbo, un giorno gli fu intimato dal papa di
recarsi a Roma per discolparsi dell'accusa di eresia, in quanto quelle
"tavolette" con l'epigramma IHS (iniziali delle parole latine Jesus
Hominum Salvator, Gesù salvatore degli uomini), che Bernardino
raccomandava di apporre sul muro di ogni casa e sulle facciate delle
chiese, potessero essere sospettate quali insegne di una nuova
eresia.
Ma bastò che Bernardino prendesse la parola davanti al papa perché
ogni sospetto cadesse. Il nostro santo morì a L'Aquila nel 1444.
Articolo
di G. Battista Crocoli
da "La Loggetta" n. 48 - gen/feb 2004
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