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 Bolsena (VT)

C'era una volta... una realtà contadina
Articolo di Flavio Batini
da "La Loggetta" - N. 48, Gennaio-Febbraio 2004
"Poderaccio?! Solo de nome. Stàvemo ma la mejo zona der monno". Così esordisce nei suoi racconti Giannina, ottant'anni suonati ma una mente lucida e vivida che si scalda con i ricordi dell'infanzia e della gioventù.
Oggi la casa della sua infanzia è un agriturismo appoggiato alla collina, nel punto in cui questa comincia a spianare verso il lago, vicino a Bolsena in direzione di San Lorenzo Nuovo, ma "ai suoi tempi" era un grande e buon podere: "E chi ve lo sa dì quanta terra era? C'erino cento maiali grossi, cento piccini e n'antro centinaio mezzelli, più le vaccine e le pecore".
Ascoltandola pare di vivere dentro un sogno. Giannina ha vissuto quella realtà che oggi stentiamo a credere possibile. E' vissuta come oggi crediamo sia impossibile sopravvivere, eppure ricorda con nostalgia quei tempi quando ogni coppia di figli, un grande e un piccolo, sia dai sei-sette anni teneva il suo piccolo branco di animali al pascolo. Ognuno aveva una zona ed i più grandi pensavano alle vaccine.
La giornata cominciava alzandosi tutti appena giorno, grandi e piccini. Chi per gioco chi con gli attrezzi, partivano per andare a zappare, sarchiare o fare tutte quell cose che la campagna richiede per soddisfare le esigenze del padrone e nutrire i diciannove figli che erano. Sì! Avete letto bene: undici femmine e otto maschi.
Fatte le prime "faccenne", tornavano a casa dove facevano colazione a base di polenta, fagioli o patate fritte con companatico; qualcosa come pane e salsiccia, prosciutto o cacio veniva preso per la giornata dietro alle bestie, trascorsa in luoghi dai nomi come Fonno del Rengo, Guado del Piccione, Costa del Lanaro, Grattiprete, Castagno Buco ed altri ancora, tanto era grande il podere. "La fame non l'émo mai patita. Li patroni - certi Revizza di Orvieto - so' stati gran boni con noi".
La sera al rientro, finito di sistemare gli animali, quando cominciava ad imbrunire erano chiamati a cena dal babbo (Domenico Equitani), che salito sul loggiato del primo piano suonava, nientepopodimenoché, una grossa conchiglia!, ancora esistente presso qualche parente che Giannina non ricorda chi (pare leggenda).
Non entravano tutti al tavolino: il babbo capotavola, e poi a scendere secondo l'età; i più piccoli accovacciati in terra o intorno al camino della enorme cucina. "Bastava che 'l babbo ci guardasse di traverso per esse tutti boni e zitti". D'obbligo la preghiera prima dei pasti, e poi dai a rimestare nei piatti di coccio e il vino sin dai primi anni. Le stoviglie erano poi lavate in acqua senza sapone e la stessa veniva usata per governare i maiali. Dopo cena, a veglia, filavano la canapa per i bisogni di casa.
Il podere stava su una strada che, seppur di campagna, era importante per i movimenti a piedi di allora, e guai se al viandante non veniva offerto da bere del buon vino al suo passaggio. L'ultima nata dei figli è del '20 e non poteva mancare il riconoscimento governativo di quell'epoca a tanta prolificità. "Così la mi' madre (Anna Briscia) un bel giorno la so' venuta a pia' per portalla a Roma. Serviva una foto di tutta la famiglia, ma siccome una sorella mancava, ci venne messa l?eufemia, una che abitava lì vicino e s'intendeva anche di levatrice".
Il sabato sera veniva deciso l'ordine con cui si andava alle varie messe l'indomani: per non lasciare indietro le numerose faccende ed il bestiame, alcuni andavano alla prima altri alla seconda e così via. Solo per S. Cristina andavano tutte le sorelle insieme, ed i paesani in età di moglie stavano sul sagrato ad aspettare di vedere le Poderaccesi. "Capirai! E quando le rivedi undici sorelle insieme? Per fa' il vestito novo bisognava lavora' extra raccoglienno la spiga a mietitura o rimediando quarche viaggio di legna da venne. Poi comprata la pezza si portavano a cuci' dalla Spera" (altra vicina).
I giochi di allora erano a piastrella, simile alle bocce ma fatto con dei sassi; a liscio, che consisteva nel tenere un sasso nella mano ed altri cinque in terra: andavano lanciati e raccolti uno ad uno fino ad averli presi tutti nella mano; infine nizza, che consisteva in una sorta di fuso da colpire in punta e far alzare in volo per colpirlo di nuovo e lanciarlo lontano.
Le bambole erano fatte da una pannocchia di granturco, alcune foglie costituivano le braccia. A Natale per regalo una bell'arancia che spesso finiva buttata, tanto la maneggiavano ed ammiravano a lungo. Forse un unico rimpianto: essere andati poco a scuola, massimo alcuni fino alla quinta; i più la seconda elementare.
Man mano che i figli crescevano e si sposavano la famiglia aumentava. "Rivassimo a dormi' in sei pe' letto, finché un giorno che èremo rivati a esse cinquantotto dentro casa, il padrone ci diede un altro immobile lì vicino. Lo rimìsemo a posto e ci dividessimo: li pianti!..., ancora ricordo li pianti di quer giorno. Erimo poretti tanto, ma mai una lite tra fratelli".
Qui finisce il racconto. Sembra una novella ma non lo è. Rappresenta solo un breve spaccato di un mondo che non ci appartiene più. Per certi versi fortunatamente, per altri... meno.

Flavio Batini

Articolo di Flavio Batini
da "La Loggetta" n. 48 - gen/feb 2004

 

 
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