Il
territorio in questa fase è caratterizzato dalla presenza di vari
abitati di piccole dimensioni, posti in luoghi stategici e ben difesi
naturalmente. Uno di questi si trova in corrispondenza dell’attuale
località di Pianaglioni, come testimoniano una necropoli con tombe a
pozzetto e un argine in blocchi di lava, mentre un altro era situato in
località Selvotta.
Contemporaneamente
si sviluppa anche l’insediamento di Corchiano, probabilmente
nell’area dell’attuale centro storico , ben difesa su tre lati dalle
scoscese rupi scavate dal Rio Fratta ed, in misura minore, dal Fosso
Ritello. Le sepolture in questa fase , dal numero dei reperti ritrovati,
avvennero in tombe a pozzetto, costruite , nel caso più semplice , da
una buca di forma più o meno cilindrica. Le ceneri del defunto possono
essere disposte direttamente sul fondo della buca stessa oppure
all’interno di un cinerario, solitamente un’olla: Quest’ultima può
avere una copertura, costituita da una ciotola, cui in genere si
accompagna un elemento caratterizzante il sesso del defunto : come un
coltello o il rasoio. L’elevato rango di una sepoltura può essere
indicato per mezzo di un cinerario con ciotola di copertura in metallo,
nonchè, dalla presenza di custodia di tufo, dentro la quale viene
deposto il cinerario stesso. Il corredo del defunto è costituito da
oggetti di ornamento ed uso personale quali catenelle, spiraline, fibule
con arco rivestito da dischi di ambra, pendagli....
A questi
di aggiunge il corredo vascolare, che nelle tombe di Corchiano e
tuttavia pittosto scarso , contrariamente al tomba 26 del secondo
sepolcreto del Vallone, con una interessante serie di anforette che per
la forma rimandano ad ambiente Veiente, una in particolare mostra i
resti della tipica decorazione a lamelle.
Etruschi a Corchiano
Le origini
etniche dell’antico centro di Corchiano si esplicano, oltre che negli
aspetti e nelle manifestazioni culturali di ambito funerario, anche
nelle numerose attestazioni epigrafiche che documentano l’uso continuo
e costante della lingua falisca. Tuttavia tra la fine del IV e il III
secolo a.C. , si evidenzia nel sito anche una forte presenza etrusca. Il
nome stesso della città, che in passato si è proposto di identificare
con Fescennium, è stato recentemente ricollegato al gentilizio etrusco
Churcle, attestato nell’Etruria interna a Norchia. Gli stretti legami
tra questi due centri sono avvalorati, d’altra parte, dalla presenza
nel territorio di documenti funerari riconducibili al tipo delle tombe
rupestri con facciata a portico che, peculiari nel territorio di Norchia,
non si riscontrano altrove nell’agro falisco. Tombe di questo tipo
sono ancora oggi visibili, oltre che nella necropoli della Madonna del
Soccorso, anche in località Ponte del Ponte. Accanto agli elementi
forniti dai resti monumentali, preziosi riscontri si trovano ancora una
volta nei dati epigrafici, sia in iscrizioni vascolari, sia in
iscrizioni monumentali a carattere pubblico, quali quelle incise sulle
pareti della suggestiva tagliata viaria di S. Egidio.
Inoltre , caso unico
nel territorio falisco, sono state rinvenute numerose tegole di chiusura
dei loculi di deposizione che riportano dipinti o graffiti e nomi
personali e gentilizi etruschi , alcuni dei quali resi in una lingua
ormai falischizzata che atttesta l’avvenuta integrazione di persone di
origine straniera nella fiorente comunità falisca.
La Formazione della
Città
La formazione della necropoli dell’abitato di Corchiano è il dato più
rilevante dell’età arcaica. Intorno alla seconda metà-fine del IV
sec. a.C. con la crescita demografica , dovuta forse a un sinecismo di insediamenti
minori sparsi nel territorio, e con l’estensione dell’area abitativa
(circa 27 ettari) sul pianoro del Vallone, si rese necessaria la
pianificazione urbanistica dell’area cimiteriale del sito.Questo si
dotò, sul versante nord-ovest, privo di difese naturali, di una cinta
difensiva del tipo “ad aggere” costituita cioè da un fossato largo
15 metri e profondo 5, rinforzato da mura in grossi blocchi di tufo e
terrapieno. L’impianto ortogonale della necropoli con tombe di tipo
modulare, realizzato extra moenia, fu collegato alla città tramite il
decumano ( una strada pavimentata con lastre di tufo della larghezza di
circa 8 m.) che venne così prolungato verso ovest ( Via Antica). Tale
via attraversava il fossato con un ponte, e, fiancheggiata da tombe,
attraverso le zone del Vallone e di S. Antonio, si biforcava
all’altezza di un crocicchio segnalato da un’edicola, costituita da
un podio rettangolare con colonnina, luogo sacro per sacrifici e per la
deposizione di offerte e di ex voto. Le tombe occupano spazi preordinati
e proporzionati tra loro , evidente espressione di un certo
equalitarismo all’interno del ceto sociale intermedio.
Il vasellame presente
nei corredi comprende, bucchero e ceramica di produzione locale, mentre
rare sono le importazioni attiche. La realizzazione del progetto urbano
deve aver avuto come presupposto la presenza di un potere politico
centrale, costituito dalo ceto medio, in grado di stabilire le direttive
generali nella sua attuazione e di regolamentare l’uso ndi aree ben
delimitate. I ceti più agiati che, secondo tali direttive, non potevano
costruire tombe monumentali che emergessero dalle altre, cercavano
probabilmente di distinguersi e di ribadire il loro ruolo sociale
attraverso ornamenti da parata estremamente preziosi e raffinati.
La Crescita dei Ceti
Urbani
Nel V sec. a.C. la città
è in fase di crescita e la necropoli con impianto ortogonale si estende
verso ovest nella zona di S. Antonio. Collegato forse a tale sviluppo è
l’arrivo, tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C., nella
comunità falisca di Corchiano di genti etruscofone, documentato da due
iscrizioni vascolari con gentilizi che sono stati riferiti dagli
studiosi alla zona di Vejo, di Volsinii (Orvieto) e di Chiusi.
Già durante la prima
metà del V sec. all’interno del ceto medio, che
probabilmente gestisce la cosa pubblica, emerge un limitato nucleo di
persone, che pur non appartenendo ad un’aristocrazia gentilizia, è
dotato di un notevole potere di acquisto. Questo gruppo agiato fa
costruire le proprie tombe nella zona di S. Antonio . Segno tangibile
della ricchezza dei proprietari delle nuove tombe di S. Antonio è
l’abbondanza di ceramica attica presente nei corredi tombali. Giungono
infatti a Corchiano prodotti di notevole livello artistico di pittori
attivi tra il 475 ed il 450 a:C.: Codrus, Koropi, Marlay , Orchard,
Alchimachos, di Pentesilea, di Villa Giulia, di Telephos e di Veio. Le
famiglie proprietarie delle tombe del Vallone, risentirono dal punto di
vista finanziario, dell’ascesa del nuovo ceto. Ciò si evidenzia dal
corredo tombale che, pur mostrando un quadro abbastanza ricco, sono meno
cospicui rispetto a quelli che avevano deposto nel VI secolo.
La ceramica attica in
esse rinvenuta è costituita da produzioni per lo più di serie cioè,
ceramica a vernice nera, Kantharoi del tipo Saint Valentin e
Glaukes. Anche la ceramica attica figurata, tutta inquadrabile nella
seconda metà o alla fine del V sec. a.C., è presente con semplici
produzioni standardizzate e di livello artistico non elevato.
La Romanizzazione
Dopo la conquista romana di Falerii Veteres ( 241 a.C.) , si
assiste anche a Corchiano, ad un notevole spopolamento, Le attestazioni
di epoca romana si dispongono in particolare lungo il tracciato della
Via Amerina a
ribadire il ruolo fondamentale nell’ambito dell’agro falisco di
questa importante arteria. Rinvenimenti di tegole , vasellame domestico
e pozzi, effettuati nel 1800 sul Vallone, indicano che l’occupazione
in età romana non si limitò alla campagna, ma che si estese anche sul
luogo del precedente abitato falisco. Da una iscrizione incisa su una
parete di tufo lungo il Fosso di Fustignano, si intuisce la presenza di
un sistema di opere idrauliche per la coltivazione dei campi dette “
prata”. Collegato ai prata sarebbe anche la realizzazione
dell’acquedotto di Ponte del Ponte. Probabilmente assegnabile allo
stesso periodo è l’iscrizione, di lettura incerta, della tagliata
della Spigliara, che testimonia la frequentazione delle vie cave anche
in epoca romana. L’occupazione da parte dei contadini del territorio
è documentata poi in età augusto-neronica da una iscrizione funeraria
della Contrada Aliano.
Essa ricordava Marco
Quinzio Chilone, tribuno militare e primipilo, cittadino di Falerii Novi
( originario di Sentinum nelle Marche), che si era stabilito nella
campagna corchianese. Le presenze romane si diradano dal II sec. d.C.
fino ad arrivare ad un vero e proprio abbandono nel IV e V secolo d.C.
L'Età Ellenistica
Il IV secolo a.C. rappresenta certamente il momento di maggiore
floridezza per il territorio di Corchiano, in concomitanza con la
situazione particolarmente favorevole che caratterizza in questa fase
Falerii Veteres, delle cui vicende politiche ed economiche Corchiano
appare sempre più partecipe.
E’ in questo periodo
che sorge una serie di piccoli insediamenti sparsi aventi una funzione
strategica nei confronti della crescente
espansione romana, mentre si assiste ad una capillare occupazione della
campagna, come è evidenziato dai nuclei di tombe disseminate intorno al
centro abitato. Tra gli stanziamenti minori spicca quello di Ponte del
Ponte, un villaggio fortificato a nord di Corchiano, dotato di un
imponente acquedotto in opera quadrata di tufo e di un complesso sistema
di cunicoli; certamente pertinenti a questo insediamento swono una serie
di tombe rupestri tra le quali si segnalano, per le interessanti
caratteristiche architettoniche, la Tomba del Capo e quella delle
Maschere. Il collegamento tra Corchiano ed i centri minori è assicurato
da un fitto reticolo di tracciati viari a volte di notevole impegno
costruttivo, come la Via Vaca di S. Egidio, interamente scavata nel tufo
che, assolvendo anche alla funzione di via sepolcrale, costituisce una
delle zone più ricche di testimonianze monumentali del territorio. Una
vera e propria necropoli rupestre, la cui tipologia mostra stretti
contatti con quelle di Norchia, è tuttora visibile nei pressi della
Chiesa della Madonna del Soccorso.
L'Età
Orientalizzante
Nel corso dell’ orientalizzazione l’abitato di Corchiano
rivela un notevole incremento demografico, testimoniato dal numero delle
sepolture, mentre altri insediamenti del territorio (
Pianaglioni-Selvotta) scompaiono e sopravvivono in forma ridotta.
Nella comunità và
formandosi una classe sociale relativamente agiata che, nelle sepolture
, fà sfoggio delle sue capacità economiche, attraverso oggetti anche
notevoli, ma pur sempre legati al patrimonio della cultura materiale
falisca. Mancano quasi del tutto importazioni di un certo pregio e
questo fa pensare ad una esclusione almeno parziale del centro dei
grandi traffici dell’Agro Falisco, imperniati sui poli di Falerii e
Narce. Tra i materiali rinvenuti vi è molta ceramica di impasto. Le
forme e gli schemi decorativi, tipici dell’area falisca presentano in
alcuni casi particolarità stravaganti , difficilmente inquadrabili
tipologicamente. Oltre alle olle , ai grandi holmoi , ai Kantharoi, sono
da segnalare i biconici biansati con corpo globulare ad alto collo.
Tra i più tipici
prodotti locali si presume la presenza di una bottega specializzata
nella decorazione di vasi a pittura rossa su ingubbiatura bianca e
viceversa. L’analisi dei corredi evidenzia l’esistenza di contatti
con Narce, Veio, Vulci e soprattutto con la vicina Falerii, già da
questa fase costante punto di riferimento politico ed economico per la
comunità di Corchiano.
La Dispersione del
Patrimonio
Le intense ricerche archeologiche condotte alla fine del secolo nel
territorio falisco furono determinate,oltre che da pressanti esigenze di
carattere scientifico, legate alla nascita nel 1889 del Museo di Villa
Giulia e alla elaborazione della Carta Archeologica d’Italia, anche da
interessi di imprenditori privati, che investivano negli scavi il
propriuo patrimonio allo scopo di recuperare oggetti di valore da
rivendere sul mercato antiquario.
Non sfuggirono
all’epoca a questa logica di mercato nemmeno i ricchi corredi funerari
scavati tra il 1885 e il 1894 nel territorio di Corchiano. Oggetti
provenienti dalla collezione privata Hoffman furono acquistati dal
Museo Archeologico di Firenze, mentre un Kantharos a figure rosse,
comprato nel 1893 da un certo Dr. Hartwing e poi passato di mano,
pervenne a San Simeon nel 1929 tramite un’asta di Sutheby. Non rimane
più traccia delle splendide oreficerie rinvenute nel 1886 in una tomba
a camera del sepolcreto di S. Antonio nella proprietà Marcucci , di
tale rilievo da suscitare l’interesse dello Helbig, che le avrebbe
volute per il museo di Berlino. Il processo di dispersione avveniva ,
dunque, attraverso canali pienamente legittimi , in quanto risale solo
al 1909 la legislazione che sancisce la proprietà dello Stato per tutti
i beni archeologici riportati in luce attraverso attività di scavo.
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