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Tarquinia
(VT)
Gli affreschi del
Palazzo Comunale
A cura del Comune
di Tarquinia - Assessorato alla Cultura
Gli
affreschi che ornano le pareti della sala adiacente all'anticamera dello
studio del Sindaco, un tempo adibita ad aula consiliare, celebrano,
attraverso personaggi ed eventi storici o mitologici, la gloria della
città di Corneto.
Come
documentato dalle carte conservate presso l'Archivio Storico Comunale,
un tal Mastro Vincenzo Bastici nel 1598 riceve dalla Comunità il
compenso per "pitture e lavori fatti di suo mestiere... nelle
note stanze del Palazzo"; in seguito, negli anni che vanno dal
1629 al 1636, dai libri contabili risultano pagamenti effettuati al
pittore Camillo Donati da Ronciglione, a Mastro Domenico Taddei, suo
aiutante, e al pittore Giulio Giusti da Montefiascone per le pitture
eseguite sulle pareti della sala del Palazzo Pubblico.
Gli affreschi vennero iniziati dal pittore Camillo Donati e poi
terminati da Giulio Giusti: il pittore Vincenzo Bastici, escludendo un
intervento a tre mani sull'opera, probabilmente, aveva prestato il
proprio pennello per atri lavori in altre stanze del palazzo.
Al centro della parete situata a destra di chi entra è raffigurato
l'albero genealogico della città di Corneto che, partendo da Re Corito,
suo fondatore secondo la mitologia e padre di Dardano, a sua volta
fondatore di Troia, giunge, attraverso tutta una serie di loro
discendenti raffigurati all'interno di tondi appesi ai rami, alle figure
di Romolo e Remo e alla città di Roma raffigurata alla sommità
dell'albero.
Sopra le due porte che si aprono sulla parete sono rapprese4ntati due
cardinali: il primo è il Cardinal Giovanni Vitelleschi, seduto su di
uno scranno vicino ad un tavolo sul quale sono poggiati, simbolo delle
sue caratteristiche di condottiero e di insigne prelato, un elmo, un
rotolo ed un libro; il secondo è il Cardinal Adriano Castelleschi, uomo
colto, scrittore di testi filosofici e profondo conoscitore della lingua
latina, greca ed ebraica, dotato di particolari attitudini negli affari
politici e diplomatici. Ai lati della figura del Cardinal Giovanni
Vitelleschi si trovano, a sinistra lo stemma della Famiglia Sacchetti e
a destra quello della Famiglia Callimaci.
Nella parete di fronte a chi entra la pittura è divisa in vari
scomparti. Nella fascia a sinistra, in alto, sono rappresentati una
serie di stemmi appartenenti a famiglie nobili cornetane, vi si
riconoscono l'emblema dei Cappelleschi e dei Tiberi. Sotto gli stemmi,
sempre a sinistra, viene ricordato l'episodio della fuga di Eugenio IV
da Roma nel 1434 e più in basso, in primo piano, il suo ritorno nella
città sotto la scorta dell'esercito al comando di Giovanni Vitelleschi.
Nella parte destra della parete, sopra la porta, è raffigurato il
Pontefice Gregorio V con ai lati ovali in cui sono ritratti cittadini
cornetani famosi: Muzio Vitelleschi, Generale dei Gesuiti, Antonio
Vivoli, Teologo e Generale dei Serviti, Girolamo Rigogli, Generale degli
Eremitani ed Agostino Rolli, Procuratore degli Agostiniani in Italia.
Nella parete di sinistra l'episodio più importante è quello posto tra
le due finestre: vi è ritratto il Senato Romano nella seduta del 12
settembre 1436, allorché venne decretata l'erezione di una statua
equestre del Cardinal Giovanni Vitelleschi da porsi in Campidoglio, in
virtù dei meriti acquisiti come condottiero e per aver ottenuto la
cittadinanza romana per tutti i Cornetani. La statua, il cui modello è
visibile in basso a destra, non venne mai eseguita.
Sopra la finestra di destra è raffigurato Bartolomeo Vitelleschi
Vescovo di Corneto e Montefiascone e nipote del Cardinale Giovanni. Alla
destra del riquadro sono raffigurati gli stemmi delle famiglie Cesarei e
Scarpellotti. Gli sguinci delle finestre sono decorati con ovali nei
quali si possono ammirare suggestive vedute paesaggistiche fantastiche
di notevole livello pittorico.
Sulla parete est, al centro, è rappresentata la scena dell'eccidio di
32 cittadini cornetani presi in ostaggio dall'esercito di Federico II
che assediò la città di Corneto nel 1245. Sullo sfondo si vedono le
tende dell'accampamento e le navi della flotta imperiale all'ancora nel
porto; una iscrizione posta in alto rievoca l'avvenimento; ai lati
dell'iscrizione compaiono lo stemma della Famiglia Farnese, quello del
Comune e uno stemma con il capo d'Angiò, blasone tipico delle famiglie
guelfe nemiche dell'impero.
Sopra la parete d'ingresso è raffigurato il mitico Tagete che, narra la
tradizione, uscì da un solco della terra per insegnare agli uomini i
mestieri, le arti e l'aruspicina. In piedi sopra un'ara, le braccia
alzate in aria, tiene nelle mani le personificazioni della Fede e della
Forza: sulle sue spalle un cesto ricolmo di frutti e spighe dorate.
Davanti alla figura, su di un tavolo, sono poggiati un pugnale, un
mappamondo ed un planetario. Il cartiglio posto sotto l'effigie
attribuisce a Corneto il primato di antichità rispetto alle altre
città d'Italia. Alla sinistra della porta d'ingresso compare, anche se
assai degradata, la raffigurazione dell'atto di vassallaggio dei Signori
della Tolfa Vecchia al Comune di Corneto.
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