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Valentano
(VT)
Il Natale tra
meteorologia e tradizioni
Articolo di
Bonafede Mancini
da "La Loggetta" - n. 48 - gen.-feb. 2004
Calendari
astronomici e meteorologici, uniti a quelli liturgici che la tradizione
popolare valentanese ha conservato negli insegnamenti di proverbi e modi
di dire, il cui ricco patrimonio va sempre più perdendosi per il venir
meno dei protagonisti della biblioteca orale.
Per
l'area culturale riferita al periodo natalizio, un'ampia didattica di
gesti, riti, motti, scandivano il tempo e le feste di questa parte
conclusiva dell'anno. Un pratico empirismo astronomico annotava che un San
Giovanne allunga (27 dicembre) e uno scorcia (24 giugno), per
indicare, seppure in modo approssimativo ma comunque corretto, che a
partire dal solstizio d'inverno le giornate iniziano ad allungarsi,
mentre con quello d'estate cominciano a scorciarsi.
Per Santa Lucia (13
dicembre) tutti ricordavano che era la giornata più corta dell'anno, ma
altrettanto sapevano che già a Natale e poi ancora a Sant'Antonio Abate
(17 gennaio), le giornate erano allungate: Pe' Sant'Antogno, n'ora
bona.
Una festa della luce, sia
essa sacra o profana, erano i fuochi della Madonna di Loreto (10
dicembre), accesi a Villa delle Fontane per illuminare il percorso degli
angeli che trasportavano la casa della Vergine Maria; quelli del ceppo
di Natale e poi di Sant'Antonio Abate.
Ancestrali riti di magia
simpatica con i quali gli uomini del pane, quelli cioè
dell'economia della sussistenza, cercavano di risvegliare dal freddo
torpore invernale le forze generative della natura: Chi vò l'ajo 'ncapozzato
/ pe' Natale add'essa nato. La vigilia di Natale, privata dei rumori
dei canti natalizi ora rigorosamente tutti anglofoni ed in ritmi reggae,
rap, tecno, blue (dal latino all'inglese, ovvero come escludere le masse
popolari dalla liturgia della parola!), era il momento in cui
all'interno della cucina anche il focolare col suo ceppo indicava
il mistero della divina presenza.
Minestra con ceci, pasta
con alici (tonno) e con noci-zucchero-cannella, baccalà o anguilla,
frittelle di broccoli e il vino nuovo rosso, pampepato e mostaccioli, la
consuetudine del Cenone. La preghiera dei più grandi e l'immancabile
sermone dei più piccoli davanti alla tavola, quest'ultimo accompagnato
dalla richiesta 'N de sto paese c'è 'n bella usanza: / doppo ditto
'l sermone se fa la mancia, erano i riti della comunione della
famiglia della quale facevano parte anche Gesù Bambino e i cari
defunti.
Per loro la tavola sarebbe
rimasta apparecchiata per l'intera notte e la cucina riscaldata col
fuoco del ceppo. Poi Santo Stefano e poi ancora San Giovanni Evangelista
(27 dicembre), festa gioiosa per Valentano essendo il giorno in cui i
giovani cresimandi vengono presentati alla comunità e giorno nel quale
il Santo, accanto a Sant'Agata e San Giustino, è solennizzato come
primo patrono della città.
La collegiata di Valentano
è la chiesa parrocchiale a lui intitolata unitamente a San Giovanni
Battista, ma già prima di questa, la più antica chiesa madre della
città era stata intitolata a San Giovanni Battista. L'antica pieve,
posta fuori della cinta muraria e lungo la strada che conduce a Mezzano,
alla fine del XVIII secolo venne sconsacrata ed utilizzata ad uso di
fienile, e poi negli ultimi anni del Novecento trasformata in elegante
abitazione.
Col 28 dicembre, dopo il
breve periodo nel quale anche i poveri si sentivano signori, c'era il
ritorno alla vita reale: Pe' l'innocentini so finite solde e quatrine,
risveglio al quale richiamava anche l'altro detto: Fino a Natale 'n
c'è freddo né fame; da Natale in là freddo e fame 'n quantità.
San Silvestro, con il
canto del Te Deum nella funzione del Ringraziamento, e il primo
gennaio, espressi nell'augurale formula da Giano Bifronte Bona fine e
bob principio, riportavano sana allegria nella comunità. L'anno
vecchio veniva congedato col gettito dalle finestre di vecchi piatti,
bicchieri e bottiglie nelle vie, mentre il primo giorno del nuovo anno
veniva salutato con un'attenta sollecitudine a rimanere attivi durante
la giornata, poiché l'inoperosità di questo inizio anno comportava la
sua totale estensione ai successivi dodici mesi: Chi llavora 'l primo
dell'anno, lavora tutto l'anno. Divieti e ammonimenti che hanno
suggestivi confronti in età romana e trovano dotta giustificazione in
Ovidio (Fasti).
L'Epifania era la festa
più attesa dai bambini perché era proprio la brutta vecchia che
portava, cacava, loro i doni. La sera della vigilia (5 gennaio)
gruppi di questuanti vestiti da Befana giravano per le case di Valentano
e per i poderi di Mezzano per ricevere uova, formaggio, salsicce.
L'ingresso nelle case era preceduto da un canto augurale alla famiglia,
ma qualora questa si manifestava poco generosa, la Befana ritirava gli
auguri e iniziava a elencare minacce al pollaio, al carretto, al
somaro...
Il canto di questua della
befanata, delimita/va in questa parte della nostra provincia (Acquapendente,
Latera, Onano, Proceno) l'area più meridionale di una tradizione
ben radicata e diffusa nella bassa Toscana.
Con gli auguri di Buona
Pasqua ed il bacio al Bambino in chiesa terminavano il ciclo delle feste
e tradizioni legate al Natale. Con l'accensione del fuoco di
Sant'Antonio Abate (17 gennaio), ricomparso a Valentano negli ultimi
anni dopo una sospensione, si ritorna brevemente alla festa.
Le avversità
meteorologiche erano così ricordate: Pe' Sant'Antogno da la barba
bianca / si nun c'è la neve poco manca, e ciò potrebbe bastare per
dare la buonanotteal vaticinio delle previsioni meteo in TV.
Bonafede
Mancini
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